Glowing, wireframe human figure with illuminated neural network inside the head beside a floating white mask in a dark, starry scene.
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Che cosa l’intelligenza artificiale ci restituisce di noi

L’intento di queste pagine. Qui trova semi, più che conclusioni. Le consideri un paio di occhiali prestati per il tempo di una lettura: servono a mettere a fuoco mondi che a occhio nudo restano sfocati, e possono essere restituiti alla fine. Ciò che conta è la vista che rimane. Il percorso attraversa una domanda antica, una scoperta scomoda della neuroscienza e una macchina che parla in prima persona, per arrivare a una conseguenza molto pratica: capire che cosa possiamo affidare alle macchine e che cosa resta interamente nostro.

Un gesto

Provi una cosa, adesso: indichi se stesso.

Il dito è andato verso il petto, oppure verso la fronte. Ha indicato un corpo, un cervello, una disposizione temporanea di atomi, e ha pensato: eccomi. Un gesto naturale, evidente, quasi banale.

Diventa interessante appena si aggiunge una data. Prima di un certo giorno di un certo anno, quel lei mancava all’appello. Gli atomi c’erano già, dispersi da miliardi di anni, riorganizzati infinite volte prima di comporre, per un istante cosmico, la persona che tiene in mano questo testo. La materia era presente da sempre. L’esperienza di essere qualcuno è arrivata dopo.

La domanda ha lasciato il salotto dei filosofi nel momento esatto in cui abbiamo messo al mondo macchine capaci di dire «io».

Il problema che resiste

Nel 1995 David Chalmers propose una distinzione tenace.

Da un lato stanno le domande che la scienza sa affrontare: come il cervello elabora gli stimoli, dirige l’attenzione, unisce ciò che vediamo a ciò che ricordiamo. Questioni immense, e tuttavia appartenenti a una classe familiare: con abbastanza ricerca e abbastanza calcolo, il meccanismo si svela.

Dall’altro lato resta un enigma di natura diversa. Perché tutta quell’elaborazione dovrebbe assomigliare a qualcosa dall’interno? I segnali attraversano la corteccia visiva e accade l’esperienza del rosso. Perché il rosso, invece del buio, con la stessa efficienza e nessuno in casa?

Chalmers lo chiamò il problema difficile della coscienza. Difficile perché sfugge al metodo che funziona per tutto il resto.

Per renderlo vivido propose una figura destinata a durare: un essere identico a noi in ogni aspetto fisico, stesse parole, stessi gesti, stesse lacrime, e privo di qualunque vita interiore. Uno zombie filosofico. La domanda era se una cosa simile risulti concepibile — e sulla distanza tra il concepibile e il possibile i filosofi discutono ancora oggi.

Trent’anni di ricerca hanno prodotto una conoscenza del meccanismo sempre più fine. L’esperienza continua a sfuggirci.

Il commentatore

Una delle scoperte più illuminanti arriva da una direzione inattesa: i pazienti con i due emisferi cerebrali separati.

Michael Gazzaniga ha studiato per decenni persone nelle quali il ponte tra gli emisferi era stato reciso per ragioni terapeutiche. Mostrando un’immagine al solo emisfero destro, quello silenzioso, e chiedendo poi conto del comportamento all’emisfero sinistro, quello del linguaggio, accadeva qualcosa di rivelatore: la persona forniva una spiegazione plausibile, coerente, pronunciata con assoluta sincerità. E interamente inventata, poiché l’informazione che aveva guidato l’azione era rimasta inaccessibile alla parte che parlava.

Gazzaniga chiamò quel sistema modulo interprete: una funzione dedicata a produrre un racconto in prima persona a partire di frammenti che affiorano da un’elaborazione rimasta sotto la soglia della consapevolezza.

Gli esperimenti di Benjamin Libet, negli anni Ottanta, avevano indicato una direzione affine: l’attività cerebrale che prepara un movimento volontario comincia qualche frazione di secondo prima che il soggetto avverta di aver deciso. Il dato è stato discusso a lungo, e una rilettura oggi molto accreditata attribuisce quel segnale precoce a fluttuazioni spontanee dell’attività cerebrale anziché a una decisione già presa. Anche in questa versione più prudente, però, la conclusione tiene: la spiegazione che diamo delle nostre scelte arriva a valle del processo che le genera.

Il quadro che ne emerge è netto. Una parte consistente di quello che chiamiamo io funziona come un commentatore molto abile: riceve gli esiti, ricostruisce le ragioni, cuce insieme ieri e oggi e ci consegna una storia continua, credibile, indossabile.

Lo specchio storto

Qui entra la macchina, con un ruolo che merita precisione.

Un modello linguistico genera testo coerente, mantiene il contesto, sostiene una voce in prima persona per ore. La tentazione di dire «funziona come noi» è forte, e sarebbe un errore: la sua struttura interna somiglia al cervello quanto un’ala di alluminio somiglia a quella di un rondone. Vie del tutto diverse.

E proprio per questo lo specchio risulta prezioso. Due architetture lontanissime producono lo stesso effetto — un racconto fluido in prima persona — e quindi quell’effetto smette di essere una prova di qualcosa. La voce coerente si può ottenere in molti modi. La sensazione di continuità che proviamo su noi stessi, così convincente da apparire evidente, si rivela una prestazione, splendida e ripetibile.

Da qui la distinzione che tiene in piedi tutto il ragionamento.

Una cosa è il sé narrativo: la storia continua che il Narratore compone e ci restituisce ogni giorno. Le macchine ne producono una versione sempre più convincente.

Altra cosa è l’esperienza in prima persona: il fatto che adesso, mentre legge, qualcosa si provi. Il colore ha un sapore, il ricordo ha una temperatura, la frase che colpisce lascia un segno che precede qualunque descrizione.

La prima è racconto e ammette imitazione. La seconda rimane, per quanto ne sappiamo, il mistero intatto con cui apriamo e chiudiamo ogni giornata.

Ciò che resta

Le proposte per rendere conto dell’esperienza sono numerose e vive.

Giulio Tononi ha sviluppato una teoria matematica secondo cui l’esperienza coincide con l’informazione integrata in modo irriducibile: una proprietà dei sistemi, presente con gradi diversi ovunque si dia integrazione autentica. Antonio Damasio ha mappato con precisione crescente i correlati neurali del sentimento di sé. Altre ipotesi cercano radici quantistiche nella struttura dei neuroni, e restano oggi minoritarie e largamente contestate.

Ciascuna linea ha sostenitori seri e critici altrettanto seri. La partita rimane aperta.

La posizione onesta, oggi, suona così: conosciamo moltissimo del meccanismo e conserviamo un mistero autentico sull’esperienza.

L’anima, ricollocata

Ed è qui che la parola anima torna utile, a una condizione: che la si accolga come scelta di linguaggio, offerta accanto al significato religioso e teologico, che resta intero e appartiene a un altro ordine di discorso.

La tradizione filosofica l’ha spesso immaginata come sostanza: un oggetto sottile, alloggiato nel corpo, precedente alla nascita. Con quella grammatica, ogni avanzamento della neuroscienza suona come una sottrazione.

Le cose cambiano se la si intende come processo. Una lunga tradizione, dal flusso di Eraclito al pensiero buddhista sul continuo, paragona il sé a un fiume. Guardi il Tevere e vedi una cosa sola, con un nome e una posizione sulla mappa. Guarda più da vicino, e l’acqua di ieri è già a valle, sostituita da acqua nuova che domani sarà altrove. Il fiume esiste pienamente, e la sua identità sta nello schema che si mantiene rinnovando la propria sostanza.

Il sé si comporta allo stesso modo. Ogni mattina, nella soglia tra sonno e veglia, la percezione di sé si ricompone: il Narratore ricuce ieri e oggi e ci restituisce a noi stessi. In un senso quotidiano e preciso, ricominciamo.

Con questa grammatica, la domanda «dov’era la mia anima prima del primo respiro» riceve una risposta serena: dove si trovava il fiume prima delle montagne che lo alimentano. C’erano l’acqua, la roccia, la gravità. Quando le condizioni sono diventate quelle giuste, un fiume ha preso forma e ha cominciato a scorrere.

Anima, allora, come nome dell’evento: l’universo che, dopo tredici miliardi e ottocento milioni di anni di complessità crescente, arriva a fare esperienza di sé in una configurazione irripetibile e temporanea.

E poiché lo schema si ricompone ogni giorno, conserviamo su di esso un margine di autorità. Le storie che ci raccontiamo su chi siamo modellano la persona che stiamo diventando. Poco alla volta, e davvero.

Dalla metafisica al reparto

Da una riflessione così astratta discende una conseguenza immediata.

Le macchine replicano con efficacia crescente la funzione narrativa e integrativa: raccolgono, combinano, ricordano, restituiscono in forma comprensibile. Un gemello digitale di una persona o di un gruppo riproduce disposizioni, linguaggio, criteri di scelta con fedeltà notevole, e permette di simulare una deliberazione, anticipare una resistenza, esplorare uno scenario prima di agire nel mondo reale.

Quel gemello resta un gemello funzionale. Riproduce il sé narrativo. L’esperienza di essere quella persona rimane interamente della persona.

La distinzione dice con chiarezza che cosa affidare alle macchine — l’integrazione delle informazioni, la memoria estesa, la combinatoria degli scenari, la fatica ripetitiva — e che cosa resta strutturalmente umano: il significato attribuito, la responsabilità assunta, la capacità di lasciarsi toccare.

Nella cura, la linea diventa etica applicata.

Sono le due di notte in un reparto di chirurgia. Un sistema ha già ottimizzato la lista operatoria, stimato il rischio del paziente del letto 4, segnalato l’interazione tra due farmaci, e lo farà sempre meglio. Nella stanza, una donna di sessant’anni resta sveglia con la paura del mattino. Ciò che le serve adesso ha un nome antico: qualcuno che entri, si sieda, e le dica una parola giusta.

Quella parola richiede una presenza capace di provare qualcosa. Chi difende l’umanizzazione delle cure difende quindi un fatto epistemologico, prima ancora che un valore: descrive la parte del fenomeno che soltanto una presenza umana raggiunge.

La collaborazione tra persone e sistemi intelligenti acquista senso pieno grazie a questa asimmetria. Ciascuno porta ciò che possiede davvero.

Tre semi

Le domande alle quali manca una risposta valgono più delle risposte che vietano la domanda. Le due scorciatoie disponibili — la certezza che tutto sia già spiegato, la certezza che tutto sia inspiegabile — chiudono la questione con uguale efficienza e uguale perdita.

Le macchine che dicono «io» ci hanno fatto un regalo inatteso: hanno reso visibile quanto della nostra identità sia racconto, e hanno isolato per contrasto ciò che il racconto lascia fuori.

Le lascio tre semi, da portare via al posto degli occhiali.

Primo. Se il sé si ricompone ogni mattina, quale versione ha deciso di essere oggi?

Secondo. Delle cose che fa in una giornata di lavoro, quali chiedono davvero una presenza capace di provare qualcosa? Quelle meritano il suo tempo migliore.

Terzo. Torni con la mente al suo primissimo ricordo. Il primo frammento che riesce davvero a recuperare. Era l’inizio di lei? Oppure il primo istante in cui ha cominciato a tenerne traccia?

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