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Le infezioni sessualmente trasmissibili sono in aumento, soprattutto tra i giovani, ma il rischio più insidioso resta quello di non sapere, di affidarsi a informazioni scorrette o di temere il giudizio altrui. Per la dottoressa Francesca Vichi, specialista in Malattie infettive di Firenze, la prevenzione passa da educazione, scuola e famiglia, da una diagnosi precoce e dall’accesso alle cure. Ma anche dalla capacità di parlare di sessualità senza tabù e pregiudizi. Perché conoscere significa proteggersi e nessuno dovrebbe avere paura di chiedere aiuto.

Nel programma della sessione del Forum dedicata alla sessualità consapevole, questa viene collocata a pieno titolo dentro la cultura della prevenzione. Dal suo punto di vista di specialista in malattie infettive, quanto è importante superare l’idea che la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili coincida soltanto con la trasmissione di informazioni sui comportamenti a rischio? Quali elementi di educazione e consapevolezza sono oggi più importanti, soprattutto tra i giovani?

Ritengo, innanzitutto, estremamente importante parlare con competenza e chiarezza di malattie a trasmissione sessuale. Perché, in tutto il mondo, è uno dei problemi più seri di salute pubblica ed è un problema che colpisce moltissimo i giovani. Oggi sappiamo che tutte le malattie a trasmissione sessuale siano esse portate da virus, batteri, protozoi, sono tutte in aumento e questo aumento colpisce soprattutto i giovani. Per quanto riguarda l’infezione da chlamydia trachomatis, c’è proprio un dato specifico nell’ultimo rapporto dell’ARS Toscana e che riguarda la fascia d’età più colpita che va dai 15 ai 24 anni. Altrettanto importante è sapere che non esistono più le cosiddette categorie a rischio, ma ci sono comportamenti che bisogna conoscere per poter prevenire la diffusione di queste malattie a trasmissione sessuale.

Parlo di diffusione perché la malattia è importante “di per sé” in quanto riguarda il singolo individuo, ma a causa della trasmissibilità si diffondono diventando un problema di “sanità pubblica” che va affrontato a tutti i livelli. Ci sono fattori di rischio da individuare e da conoscere, perché più conosci e più ovviamente cerchi di evitare. L’inizio precoce dell’attività sessuale è uno dei fattori di rischio, la molteplicità di partner, più partner hai e più è alta la probabilità di contrarre una malattia a trasmissione sessuale, lo scarso impiego di metodi di barriera, non si utilizza più il condom, i ragazzi non lo utilizzano se non in piccola parte. Altro fattore di rischio sono le abitudini di vita: si fa molto uso di alcol e droghe e questo determina una mancanza di consapevolezza su quello che stai facendo in quel momento: magari sai anche delle cose ma sotto l’effetto di alcol e droghe perdi la capacità di gestirle. Sono questi i comportamenti che ritengo importanti da far conoscere ai giovani per evitare di contrarre un’infezione a trasmissione sessuale, indurli a fare i test per conoscere il proprio stato di salute per poter poi accedere ai trattamenti e bloccare cosi la diffusione dell’infezione. Peraltro tutto ciò non riguarda solo i giovani, ma le persone di qualunque età. Poi ci sono le fake news che circolano sul web e che determinano un rapporto falsato che inoltre genera un isolamento sociale

La sessione a cui lei partecipa sottolinea come molte informazioni sulla sessualità circolino oggi online, spesso senza adeguati riferimenti scientifici. Quanto può incidere la disinformazione sulla salute sessuale e sulla prevenzione delle infezioni? E come possono medici, servizi sanitari e istituzioni riuscire a competere con la velocità e la pervasività dei contenuti presenti sui social?

Come sempre conoscere è già prevenire. Bisogna essere consapevoli del fatto che i ragazzi navigheranno sempre su Internet, la differenza la fa se sono già a conoscenza di quello che cercano, di quali sono le domande e di come devono essere le risposte. I ragazzi sanno capire se una risposta è giusta o sbagliata, bisogna solo dargli le informazioni corrette e questo è già un primo passo in avanti. L’informazione devono darla coloro che sanno, che sono a contatto con i giovani e per me la scuola in tal senso è fondamentale. La scuola è il luogo dove i ragazzi passano la metà della propria vita, la metà della propria giornata. La scuola per loro è quasi famiglia e spesso è proprio la scuola ad ignorare la presenza di queste possibili problematiche per i ragazzi, a volte le ignora e a volte invece le vuole evitare. Ma è estremamente importante però arrivare anche alle famiglie per dare normalità, naturalità a quello che è l’atto sessuale. Bisogna avere consapevolezza e conoscenza della sessualità dei ragazzi e dei giovani adulti. Altro punto importante è il ruolo della società in generale e dei luoghi di aggregazione. Oggigiorno ci sono sempre meno punti di aggregazione, c’è sempre più isolamento sociale, ci sono però ancora molti luoghi dove si può approfittare per affrontare temi importanti come la sessualità consapevole come le palestre, le associazioni culturali, sportive, le associazioni laiche o cattoliche sul territorio, di volontariato e di molti altri tipi. In Toscana abbiamo una proliferazione di associazioni e tutto questo aiuta ad accogliere i giovani e ad accoglierli in maniera consapevole. Per una corretta informazione ed accoglienza sono importantissimi, per esempio, i consultori presenti sul territorio dove i ragazzi possono andare gratuitamente e con fiducia, sapendo che lì ci sono degli specialisti molto preparati come psicologi, ostetriche, ginecologi. Questo è importante farglielo sapere perché spesso non sanno neanche dove recarsi. È fondamentale che tramite la scuola, tramite il web, i post su Instagram, Tik Tok, Facebook che loro seguono, questi temi vengano affrontati in maniera diretta, perché sono questi i mezzi che loro utilizzano. Ma i social hanno però bisogno di essere gestiti da persone consapevoli e competenti e quando i giovani conoscono e sanno, riescono loro stessi a indentificare le fake news. Se non gli dai conoscenza, non potranno mai capire se quelle notizie sono false o no. Però confido in un messaggio più moderno da instaurare, che è proprio quello di andare sul piano del loro linguaggio, che poi è il linguaggio del web, ma lì ci devono essere professionisti che siano capaci di parlare seriamente di sessualità sicura e consapevole, di benessere della salute e di benessere personale.

Il Forum insiste molto sul rapporto tra prevenzione e capacità del sistema sanitario di anticipare il bisogno. Nel campo della salute sessuale, quali sono secondo lei i punti in cui il SSN dovrebbe diventare più vicino alle nuove generazioni: accesso ai servizi, capacità di ascolto, informazione, orientamento oppure maggiore integrazione tra scuola, territorio e servizi sanitari?

La prevenzione primaria è fondamentale per ridurre nuovi casi di infezioni. Quindi, corretta informazione e corretta educazione sono importanti per arrivare alla prevenzione secondaria, che vuol dire diagnosi precoce e terapia. Bisogna diffondere informazioni corrette. Firenze fa parte dal 2019 del progetto Fast Track City, una partnership con UNAIDS che coinvolge 270 città in tutto il mondo impegnandosi a favorire le iniziative per fermare la diffusione di HIV/AIDS, epatiti virali e altre malattie a trasmissione sessuale attraverso azioni di informazione, prevenzione e testing. Questo progetto coinvolge attivamente la SOC di malattie infettive della ASL, le malattie infettive del Dipartimento di Careggi, gli enti del Terzo settore impegnati attivamente su queste tematiche come la CAT cooperativa sociale, la Fondazione Solidarietà Caritas, la Lila, l’Arcigay, l’Associazione Stenone ed altre che insieme al Comune di Firenze e il supporto della Società della Salute di Firenze cercano di arrivare alla popolazione e ai giovani in particolare.

Inoltre, la Commissione regionale HIV/AIDS della Regione Toscana con tutte le sue componenti, tra le varie attività che sta portando avanti, una di particolare interesse è sicuramente l’approccio alle scuole e alla divulgazione del messaggio di prevenzione e di sessualità consapevole.

Solo con il coinvolgimento di più settori che agiscano in modo integrato si può divulgare la conoscenza di come vivere una sessualità sicura, di come avere accesso ai test e alle cure. Il lavoro congiunto di scuole, enti del Terzo settore, Comune, società della salute con gli operatori del SSN può portare ad ottenere il raggiungimento di un risultato concreto.

La sessione propone un confronto “aperto e non giudicante” e parla esplicitamente di rispetto, responsabilità e scelte consapevoli. Quanto pesa ancora lo stigma, soprattutto quando si parla di infezioni sessualmente trasmissibili e HIV, sulla possibilità che una persona chieda informazioni, si rivolga ai servizi o affronti tempestivamente un problema? E quanto può una relazione più accogliente e non giudicante diventare essa stessa uno strumento di prevenzione?

Lo stigma è il vero problema perché è quello che ti porta lontano dal conoscere. Se hai paura di essere giudicato non chiedi. Anche lo stesso medico di base che chiede un test HIV è considerato giudicante nei confronti di colui al quale viene chiesto l’HIV, perché siamo rimasti indietro mentalmente. Queste categorie non esistono più, sono obsolete. Ci sono i comportamenti, ognuno di noi può aver contratto una malattia a trasmissione sessuale perché ognuno di noi può aver avuto un comportamento involontario o a rischio. Quello che è importante è non aver paura del giudizio anche perché oggi sappiamo per esempio che quando si fa un test HIV se il risultato è positivo si accede immediatamente alle cure. E il momento che accedi alle cure hai una carica virale non rilevabile e questo significa che la malattia non è trasmissibile. Paradossalmente se tutte le persone facessero il test e coloro che risultassero HIV positivi assumessero la terapia in modo continuo, l’HIV non circolerebbe più perché non ci sarebbe più il modo di poterlo trasmettere. Questo perché l’HIV è un virus che risente notevolmente della terapia, pertanto, l’U=U undetectable=untransmittable che vuol dire non rilevabile, non trasmissibile.  E se il virus non è rilevabile, il virus non è più trasmissibile. L’obiettivo dunque è raggiungere questa consapevolezza e diffondere questo messaggio: se passasse chiaro questo concetto le persone dichiarerebbero apertamente la loro sieropositività: sono in terapia, e quindi non diffondo la malattia. Di conseguenza non avrebbero più paura di poter essere escluse da un contesto sociale. È l’ignoranza, è questa mancanza di conoscenza che fa sì che le persone non rivelino il proprio stato. Quello che dovrebbe, invece, far più paura sono quelli che non si sono mai fatti un test per l’HIV e quindi non sanno neanche di averlo. Chi è HIV positivo non trasmette e per questo dovrebbe essere libero di poter dire a chiunque: io sono HIV positivo ed essere accolto come una persona sana, che ha una vita normale, che non diffonde la malattia e di cui non aver paura. Se invece non hai mai fatto il test, ognuno di noi potrebbe avere una malattia trasmissibile, dunque sarebbe bene informarlo che bisogna fare i test. Sono la diffusione di queste informazioni e dei test che fanno sì che poi si elimini lo stigma, si elimini la paura di chiedere e domandare. Perché conoscere vuol dire non essere giudicato ed eleminare giudizi e pregiudizi dà alle persone la libertà di poter affrontare qualunque argomento senza tenere il giudizio altrui.

La scuola deve avere anche questa missione, parlare di quello che viene offerto dal nostro Servizio Sanitario Nazionale e per questo tipo d’informazione e di contesto ci sono i consultori, che sono presenti su tutto il territorio, dove operano delle persone estremamente capaci e molto attente al problema sia della prevenzione, dell’informazione e della cura. I ragazzi stessi, se poi conoscono e accedono ai consultori loro stessi possono farsi promotori con i loro amici del servizio offerto, gratuitamente e ci tengo a sottolinearlo, dai consultori. Così da fare direttamente loro da cassa di risonanza dell’attività che viene svolta nei consultori, per poter far accedere altri ragazzi per far sapere che in questi luoghi riceveranno tutte le risposte più pertinenti alle domande che loro porranno. Nei consultori ci sono una serie di professionisti: psicologi, ostetrici, medici e molte altre figure specializzate che sanno di cosa parlano e sanno come parlare ai ragazzi.