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Salvare una vita non significa soltanto fare un trapianto. Significa creare le condizioni perché una donazione diventi una possibilità concreta, perché una tecnologia diventi un risultato clinico, perché un’eccellenza ospedaliera possa trasformarsi in un modello per tutto il sistema. È il filo che unisce il lavoro del prof. Stefano Di Sandro, direttore della Chirurgia Epatica e dei Trapianti di Fegato e Rene del Niguarda di Milano, protagonista al Forum Sistema Salute 2026 di una riflessione che va dal valore del dono alle frontiere dell’innovazione nei trapianti.

Professore, il Forum mette al centro di questa edizione una parola chiave: fiducia. E nella sua sessione altre due parole che sembrano appartenere a mondi diversi: dono e innovazione. In realtà, nel trapianto hanno però un punto d’incontro molto concreto: entrambe possono trasformare una perdita o una possibilità scientifica in una nuova vita. Secondo lei è questo, oggi, il vero significato della cultura del dono?

Questa chiave di lettura della parola fiducia, legata al percorso donazione-trapianto, stimola molte riflessioni, sia di carattere clinico-scientifico sia di natura profondamente umana ed emotiva. Provo a immaginare quali possano essere le aspettative di una persona che decide di donare i propri organi, che esprime il proprio consenso alla donazione e che, attraverso questo gesto, ripone la propria fiducia in chi sarà chiamato a gestire e valorizzare il suo dono. Credo che questo rappresenti una responsabilità enorme per tutti coloro che si occupano del percorso donazione-trapianto. Esiste, infatti, un mondo della medicina che si occupa della donazione e un altro che si occupa del trapianto. Entrambi hanno il compito di interpretare e onorare quella fiducia che il donatore ha riposto non soltanto nel sistema sanitario, ma, più in generale, nella società. Il nostro dovere è quello di ottimizzare, valorizzare e massimizzare il risultato di un gesto compiuto da una persona che, nella maggior parte dei casi, non potrà mai conoscere direttamente ciò che sarà stato realizzato grazie alla sua donazione. Tutto questo si traduce in molteplici responsabilità: da quella del paziente che, dopo aver ricevuto un organo, torna a una vita normale ed è chiamato ad adottare comportamenti che preservino il dono ricevuto, a quella dell’intero team sanitario, che deve gestire quell’organo nel migliore dei modi, riducendo al minimo le complicanze e ottimizzando i risultati del trapianto.La fiducia diventa, quindi, il filo invisibile che tiene insieme un percorso straordinario, capace di legare profondamente persone che, in realtà, non si conosceranno mai: chi ha scelto di donare e chi, grazie a quel dono, ha avuto la possibilità di continuare a vivere.

Oggi la chirurgia robotica e il trapianto da donatore vivente stanno aprendo possibilità che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Ma la domanda più importante è un’altra: quando un’innovazione riesce davvero a tradursi in una vita salvata, in una complicanza evitata, in un recupero migliore, come cambia il modo stesso di pensare la medicina e l’organizzazione di un ospedale?

La chirurgia robotica rappresenta una vera e propria rivoluzione nel mondo della medicina dei trapianti e, più in generale, nell’evoluzione della chirurgia.L’obiettivo dell’introduzione della robotica è, ancora una volta, strettamente legato al concetto di fiducia di cui parlavamo prima: massimizzare i risultati del trapianto. Questo significa migliorare la sopravvivenza dei pazienti, sia in termini di durata sia di qualità della vita, riducendo le complicanze e la morbidità che possono condizionare gli esiti di interventi così complessi. Oggi, tuttavia, la chirurgia robotica applicata ai trapianti è ancora una realtà riservata a pochissimi centri. Sono infatti pochi i chirurghi e le équipe che stanno lavorando per sviluppare questo connubio tra i vantaggi della chirurgia mininvasiva robotica e l’altissima complessità tecnica e clinica dei trapianti. I risultati che stiamo ottenendo sono però estremamente incoraggianti e aprono prospettive molto importanti per il futuro. Se già oggi osserviamo risultati che, nella nostra esperienza, appaiono superiori a quelli della chirurgia tradizionale, possiamo immaginare quali ulteriori miglioramenti sarà possibile raggiungere quando aumenteranno i volumi di attività e le conoscenze e le competenze nell’impiego della robotica saranno più diffuse e perfezionate. Potremo così migliorare ulteriormente la sopravvivenza dei pazienti, ridurre la mortalità e la morbidità e, in definitiva, valorizzare sempre di più quel dono straordinario che è rappresentato dalla donazione di un organo. Non dobbiamo dimenticare che il trapianto è, prima di tutto, una terapia salvavita. Per alcune patologie, quando un paziente presenta un’indicazione al trapianto, non procedere significa privarlo dell’unica concreta possibilità di sopravvivenza. Al contrario, quando il trapianto viene eseguito con successo, come accade in circa il 97% dei casi nella nostra esperienza, il paziente può tornare a una prospettiva di vita che, per durata e qualità, si avvicina a quella precedente alla malattia. Questo è un aspetto fondamentale: il trapianto non è semplicemente una terapia che migliora di qualche punto percentuale le probabilità di sopravvivenza. È un trattamento che, in determinate condizioni, può trasformare una prognosi altrimenti infausta in una concreta possibilità di continuare a vivere. È proprio in questa prospettiva che la chirurgia robotica assume un valore straordinario. Se questa tecnologia ci consentirà di migliorare ulteriormente i risultati, ridurre le complicanze e aumentare la sopravvivenza, sono convinto che diventerà progressivamente una componente imprescindibile della chirurgia dei trapianti.

Lei lavora in una struttura che rappresenta un’esperienza ad alta specializzazione. Ma come si fa a trasformare un’innovazione nata in un grande centro in un modello che possa essere trasferito, con standard, formazione, sicurezza e risultati misurabili, anche altrove? E quanto è urgente farlo oggi per il futuro del Servizio sanitario nazionale?

È urgentissimo. Ed è proprio per questo che abbiamo colto l’occasione del Forum Grandi Ospedali per proporre un modello organizzativo, che abbiamo chiamato “Modello Niguarda”, nel quale abbiamo descritto il percorso attraverso cui la componente clinico-chirurgica e quella amministrativa possono convergere verso un obiettivo comune: sviluppare la chirurgia robotica applicata ai trapianti secondo criteri di sostenibilità clinica, organizzativa ed economica, ma soprattutto con una visione strategica di lungo periodo.

Sulla base della nostra esperienza, abbiamo quindi elaborato un documento che descrive questo modello e lo abbiamo sottoposto al Centro Nazionale Trapianti, chiedendo che venisse condiviso con il Collegio dei Direttori dei Centri Trapianto di Fegato italiani, affinché potesse essere valutato e, auspicabilmente, adottato come modello di riferimento nazionale.

L’obiettivo è quello di mettere a disposizione degli altri centri un percorso strutturato e replicabile, che consenta di trasferire questa esperienza e di ampliare progressivamente sia il numero di professionisti in grado di sviluppare la chirurgia robotica nei trapianti, sia, di conseguenza, il numero di pazienti che potranno beneficiare di questa evoluzione.

Naturalmente, un progetto di questo tipo deve fondarsi su risultati oggettivi e misurabili. Gli indicatori di outcome sono numerosi e, attraverso protocolli ben definiti, come quelli che abbiamo sviluppato nella nostra esperienza, è possibile monitorare i risultati e dimostrare concretamente i benefici clinici e organizzativi di questa innovazione.

Alla base di tutto, tuttavia, deve esserci un investimento che non è soltanto economico. Direi che è soprattutto “un investimento in fiducia”. E torniamo, ancora una volta, alla parola chiave di questo Forum.

È necessaria la fiducia delle amministrazioni ospedaliere e delle istituzioni politico-sanitarie nei confronti di équipe che chiedono di poter sviluppare attività di altissima complessità, attraverso modelli organizzativi che non sempre rispondono alle logiche tradizionali di utilizzo delle risorse.

Penso, per esempio, alla disponibilità di una piattaforma robotica dedicata alla chirurgia dei trapianti. In questo ambito, il criterio di valutazione non può essere esclusivamente quello della saturazione quotidiana della tecnologia, ma deve necessariamente tenere conto della complessità e del valore clinico delle procedure che vengono eseguite.

Se devo effettuare un trapianto robotico di domenica, devo poter disporre della piattaforma in quel momento. È possibile che il lunedì e il martedì successivi non ci siano donatori disponibili e, di conseguenza, non vengano effettuati trapianti. Ma questo non significa che quella risorsa sia stata utilizzata in modo inefficiente: significa, piuttosto, che è stata resa disponibile per rispondere a un’esigenza clinica straordinaria, non programmabile e ad altissima complessità.

Non tutte le amministrazioni sono disposte ad adottare questa visione.

L’Ospedale Niguarda, invece, ha dimostrato una grande fiducia e, aggiungerei, anche un notevole coraggio. Questo è stato possibile grazie a una governance lungimirante, capace di guardare oltre i tradizionali parametri di utilizzo delle tecnologie e di investire in un progetto innovativo con una prospettiva di lungo periodo.

Una fiducia che è stata ripagata dai risultati: più di 50 trapianti robotici eseguiti dall’inizio dell’anno e oltre 220 interventi di chirurgia robotica elettiva.

Credo che questa esperienza dimostri come, quando la visione clinica e quella amministrativa condividono gli stessi obiettivi, sia possibile trasformare un’innovazione tecnologica in un modello organizzativo concreto, sostenibile e potenzialmente replicabile nell’intero sistema trapiantologico nazionale.

Da questo suo racconto emerge ben chiara la visione che nella sanità la tecnologia non rappresenta il punto d’arrivo, ma a esserlo è la persona. Che cosa significa, per un chirurgo dei trapianti, tenere insieme la sofisticazione tecnologica, la sicurezza, la sostenibilità del sistema e il rapporto umano con il paziente e con la famiglia che decide di donare? Pensa che in questo si possa davvero misurare la sanità del futuro?

La ringrazio per questa domanda, perché chi vive quotidianamente la realtà della medicina dei trapianti, a stretto contatto con i pazienti e con tutto ciò che accompagna il loro percorso di cura, si rende conto di un aspetto sorprendente: spesso i pazienti sono più avanti degli stessi sistemi organizzativi.

I pazienti sono felici di sapere che il loro caso potrà essere affrontato attraverso tecnologie avanzate, perché percepiscono che il sistema sanitario sta compiendo uno sforzo per offrire loro qualcosa in più, qualcosa che va oltre le possibilità tradizionali.

Oggi, addirittura, sono gli stessi pazienti a cercare il chirurgo, l’équipe o l’ospedale in grado di offrire le tecnologie più innovative. E lo fanno anche senza conoscerne necessariamente tutti i benefici clinici, perché comprendere nel dettaglio le potenzialità di una tecnologia chirurgica richiede competenze specialistiche. Tuttavia, percepiscono chiaramente il valore di questo investimento e lo interpretano come un’ulteriore opportunità di cura.

È sorprendente constatare come proprio i pazienti, che teoricamente dovrebbero avere meno strumenti per valutare queste innovazioni, riescano talvolta a coglierne il significato e le prospettive meglio degli stessi sistemi organizzativi.

Credo che questo ragionamento ci riporti ancora una volta al tema della donazione e, in particolare, alle famiglie dei donatori e a tutte quelle persone che, pur non essendo direttamente coinvolte in un percorso di donazione, hanno espresso la volontà di donare i propri organi.

Sapere che la medicina dei trapianti sta attraversando un’evoluzione tecnologica così importante rappresenta, a mio avviso, un elemento di grande valore anche per la cultura della donazione. Chi sceglie di donare compie un gesto straordinario, del quale spesso non potrà mai conoscere direttamente i risultati. La consapevolezza che quel dono sarà gestito attraverso le migliori competenze professionali e le tecnologie più avanzate può rafforzare ulteriormente la fiducia nel sistema e la motivazione a donare.

Significa sapere che la società non si limita a ricevere quel dono, ma si impegna concretamente a valorizzarlo attraverso investimenti, competenze e un’organizzazione capace di affrontare una complessità clinica e chirurgica straordinaria.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che stiamo parlando di interventi estremamente complessi. Penso, per esempio, al trapianto di fegato, una procedura durante la quale si susseguono momenti particolarmente delicati, in cui la vita del paziente e la funzionalità dell’organo trapiantato possono dipendere da gesti chirurgici di assoluta precisione.

A differenza di interventi meno complessi, nella chirurgia dei trapianti anche una variazione di pochi millimetri può determinare un sanguinamento importante, compromettere la funzionalità dell’organo o mettere a rischio la vita del paziente.

È proprio questa straordinaria complessità che ha reso particolarmente difficile l’introduzione delle tecnologie robotiche nel mondo dei trapianti. Ma è anche ciò che rende questa evoluzione così importante: la possibilità di mettere strumenti sempre più sofisticati al servizio della precisione chirurgica, della sicurezza e, soprattutto, della vita dei pazienti.

In definitiva, credo che la vera innovazione non consista semplicemente nell’introdurre una nuova tecnologia, ma nel saperla trasformare in un’opportunità concreta per il paziente e in un’ulteriore garanzia di responsabilità nei confronti di chi ha scelto di donare.