
La vicenda che tiene banco in queste settimane è il sostanziale ritiro della proposta del ministro Schillaci, sostenuta per altro in modo bipartisan da Regioni di colore diverso, che aveva l’obiettivo di portare il contributo fattivo e operativo dei Medici delle cure primarie dentro le nuove strutture della sanità territoriale descritte dal PNRR.
Tutti ricordano che il mantra della necessità di rafforzare la cosiddetta sanità territoriale non nasce dal nulla. Il Covid ha mostrato la debolezza di un sistema poco coordinato e efficace delle cure territoriali e ha mostrato altresì la resilienza degli ospedali che hanno sostanzialmente vicariato, nei giorni terribili dell’emergenza, la sanità territoriale travolta dalla pandemia.
IL PNRR nasce nell’immediato periodo post Covid, anche se molti sembrano averlo dimenticato, dalla consapevolezza, da tutti allora condivisa, che occorre rilanciare il ruolo della sanità territoriale per fronteggiare meglio pandemie future e emergenze immediate come l’invecchiamento della popolazione e aumento delle cronicità alleggerendo ospedali e pronto soccorso in affanno per accessi inappropriati sostanzialmente per l’assenza di “filtri” territoriali.
Dal PNRR il governo di allora fece discendere il DM 77, ovvero l’atto che ha determinato gli standard delle Case di Comunità, degli Ospedali di Comunità e delle COT. Ricordo le iniziali difficoltà di approccio verso tali standard in quanto mutuati dall’esperienza della Case della Salute toscane ed emiliane, che al di là del valore locale, sono diverse da altre esperienze di “valore” costruite anche in altre regioni (penso per esempio ai Prest e ai POT della Lombardia). La rincorsa allo standard entro il giugno 2026 ha determinato una serie di conseguenze che elenco rapidamente
- Molte postazioni di continuità assistenziale in località isolate sono state chiuse per ricondurre le figure mediche dentro le case di comunità che, secondo lo standard, devono avere il medico presente h24
- Gli ospedali, nella speranzosa attesa che anche i Medici di famiglia entrino a far parte delle famiglie professionali operanti nelle Case di Comunità, hanno “esportato” propri professionisti ospedalieri dai reparti (sempre perché lo standard prevede la presenza del medico h24)
- Gli ospedali hanno formato Infermieri di Famiglia e di Comunità estremamente qualificati, hanno sperimentato gli psicologi di “base”, hanno costruito raccordi con gli assistenti sociali dei comuni… insomma hanno fatto tutto il possibile con quello che hanno.
Quindi oggi abbiamo Ospedali più “spremuti” e Medici delle cure primarie ancora fuori dalle strutture ormai pronte .
In tutto questo lo sforzo del Ministro, con chi ha sostenuto la riforma, di modificare le regole di ingaggio dei medici delle cure primarie per farli entrare a far parte delle équipe delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità mi è sembrato doveroso, urgente e ineludibile (anche se ammetto di avere avuto da subito, visti i pregressi, dubbi sul risultato finale).
Purtroppo c’è una vecchia politica convinta che il Medico di medicina generale possa condizionare il voto dei suoi 1500 assistiti e ancora una volta una visione particolaristica e corporativa ha avuto il sopravvento. Per non parlare dell’ENPAM sullo sfondo della vicenda, la cassa previdenziale prevalentemente dei medici di famiglia, che in caso di passaggio alla dipendenza di molti medici perderebbe importanti flussi di cassa.
Ora tutti si dichiarano pronti a rimettersi al tavolo. E a quel tavolo per poche ore nelle Case di Comunità si chiederanno flessibilità (lo farà solo chi vorrà come nelle campagne vaccinali), soldi in più, impiegati a cui demandare le incombenze amministrative (dimenticando che nella attuale convenzione esiste già una indennità per collaboratore di studio medico). Insomma tutto il vecchio apparato che da decenni non consente di riformare davvero e convintamente la sanità di questo paese. Sono certa che molti giovani medici oggi sarebbero disponibili a lavorare in squadra per obiettivi di assistenza, di salute e di presa in carico della cronicità perché così si cresce professionalmente e si innova davvero. Ma per farlo occorrono coraggio e visione per mettere via i vecchi arnesi di un tempo che non c’è più.














