
Il tormentone delle liste di attesa
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27 Febbraio 2026
di Elio Borgonovi
L’abbattimento delle liste di attesa sembra essere diventato il tormentone degli anni post Covid. A dire il vero è un tema che gli studiosi di management definiscono “evergreen” perché da sempre considerato aspetto critico del SSN. Esistono vari modi per affrontare il problema.
Il primo che sembra preferito dal Ministero e da assessori regionali alla salute è quello di agire sull’offerta, aumentando gli orari di apertura delle strutture o imponendo obiettivi di aumento della produttività ai direttori generali delle aziende sanitarie. Anche se appare più immediata, è la soluzione meno efficace perché non tiene conto del fatto che nei sistemi di tutela della salute esiste la relazione per cui “l’offerta crea la propria domanda”. Il rischio è quello di attivare un processo di continua rincorsa dell’offerta che non riuscirà mai a soddisfare la domanda.
Un secondo metodo, che appare più appropriato, sarebbe quello di analizzare i dati per fare emergere indicatori di inappropriatezza. Da un’indagine svolta su due ASL di una stessa regione, molto simili per popolazione e epidemiologia, sono stati rilevati analoghi lunghi tempi di attesa, ma con consumi di prestazioni specialistiche e di accertamenti diagnostici che in una sono doppi dell’altra. Sarebbe inutile aumentare l’offerta nella ASL che ha consumi doppi, mentre sarebbe utile porre alla stessa obiettivi di riduzione delle prestazioni e degli accertamenti diagnostici inappropriati.
Il terzo metodo, più efficace ma anche più difficile da realizzare, sarebbe quello di riorganizzare la struttura di offerta, passando dalla logica basata sulle prestazioni alla logica basata sulla presa in carico dei pazienti, soprattutto di quelli con cronicità. Ciò consentirebbe di ridurre la duplicazione di prestazioni, individuare quelle che non producono valore in termini di salute, in definitiva di contenere la domanda e, aspetto non trascurabile e non banale, di valorizzare la professionalità di medici, infermieri e altri professionisti.
È una soluzione difficile perché “politicamente meno vendibile” e perché significherebbe mettere in discussione comportamenti consolidati e contrastare la cultura del “consumismo sanitario” che si è diffusa anche fra i pazienti.















