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Il dolore cronico è una sofferenza spesso invisibile, ma capace di compromettere profondamente la qualità della vita. Riconoscerlo significa superare i limiti di una medicina concentrata sul sintomo, per costruire percorsi di cura personalizzati, multidisciplinari e accessibili. In questa intervista, il Prof. Paolo Notaro, Direttore della Struttura Complessa di Terapia del Dolore dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano, riflette sulle sfide scientifiche, tecnologiche e organizzative della Terapia del Dolore e sulla necessità di trasformare il diritto alla cura in una responsabilità concreta del sistema sanitario.

Professore, il Forum Sistema Salute 2026 parla di un futuro della sanità che non va semplicemente immaginato, ma costruito e “abitato”. Perché oggi è così importante dedicare uno spazio al dolore invisibile, quello che non si vede su una radiografia e spesso non si riesce nemmeno a spiegare con le parole?

Perché ciò che la medicina non riesce sempre a vedere non è per questo meno reale. E ciò che il sistema sanitario non riconosce come bisogno di salute rischia di rimanere senza una risposta di cura. Il dolore cronico è una delle espressioni più profonde della complessità umana. Non è semplicemente un segnale di danno: può diventare esso stesso una condizione clinica, sostenuta da meccanismi neurobiologici complessi e influenzata dall’interazione tra dimensioni biologiche, psicologiche e sociali. Le neuroscienze stanno trasformando profondamente la nostra comprensione del dolore. Il Premio Nobel per la Medicina 2021, dedicato alla scoperta dei recettori della temperatura e del tatto, e il recentissimo Nobel 2026, assegnato per le scoperte sull’optogenetica, testimoniano due frontiere complementari: comprendere come gli stimoli vengono rilevati dal sistema nervoso e come l’attività dei circuiti cerebrali possa essere studiata e modulata con una precisione fino a pochi anni fa impensabile. Queste conoscenze ci aiutano a comprendere un aspetto fondamentale del dolore cronico: la sofferenza non dipende necessariamente dalla persistenza di un danno periferico, ma può essere sostenuta anche da modificazioni dei meccanismi di elaborazione e modulazione del dolore nel sistema nervoso centrale. La sensibilizzazione e la plasticità neuronale contribuiscono, in alcune condizioni, a mantenere l’esperienza dolorosa anche oltre la fase iniziale della malattia o della lesione. Ma a questo straordinario progresso scientifico deve corrispondere un cambiamento culturale e organizzativo altrettanto profondo: non possiamo continuare a considerare meno reale una sofferenza soltanto perché non è immediatamente visibile attraverso gli strumenti diagnostici tradizionali. Non dobbiamo chiedere al paziente di dimostrare il proprio dolore. Dobbiamo avere le competenze per riconoscerlo, comprenderne i meccanismi e valutarne le conseguenze sulla vita. La sfida non è soltanto dare visibilità a chi soffre, ma rendere riconoscibile il dolore cronico anche nelle priorità, nei percorsi e nelle responsabilità del sistema sanitario. Abbiamo imparato a studiare circuiti nervosi un tempo inaccessibili. Ora dobbiamo rendere accessibili anche i percorsi di cura alle persone il cui dolore è rimasto troppo a lungo invisibile. Perché il dolore diventa davvero visibile quando la sanità riconosce non soltanto la sofferenza, ma la responsabilità di curarla.

Lei dirige la Terapia del Dolore del Niguarda, dove il paziente viene seguito attraverso un percorso che integra diagnosi, trattamento, riabilitazione e anche aspetti psicologici e relazionali. Cosa significa, concretamente, passare dalla semplice “cura del dolore” alla presa in carico della persona con dolore?

Significa compiere un cambiamento fondamentale di prospettiva: non chiederci soltanto quanto dolore prova una persona, ma quanta vita il dolore le sta sottraendo. Il dolore cronico può compromettere il sonno, il movimento, il lavoro, le relazioni e la capacità di progettare il futuro. Non riguarda quindi soltanto un sintomo, ma può coinvolgere progressivamente l’intera esistenza della persona. Come Centro specialistico di II livello (Hub) della Rete Regionale di Terapia del Dolore, abbiamo sviluppato nel tempo un modello multidimensionale che integra diagnosi dei meccanismi del dolore, trattamenti farmacologici e interventistici avanzati, neuromodulazione, riabilitazione, supporto psicologico ed educazione terapeutica. La presa in carico significa costruire insieme al paziente un progetto terapeutico personalizzato, con obiettivi realistici, condivisi e misurabili. Significa anche riconoscere la complessità individuale, perché due persone con la stessa diagnosi possono avere bisogni profondamente differenti. È il principio alla base dei modelli interdisciplinari più evoluti a livello internazionale: integrare le competenze, superare la frammentazione delle risposte e orientare gli interventi al recupero della funzione, dell’autonomia e della partecipazione alla vita. Il vero cambio di paradigma della Terapia del Dolore è questo: non misurare il nostro successo soltanto in quanto dolore abbiamo ridotto, ma soprattutto in quanta vita siamo riusciti a restituire. Non sempre guarire significa eliminare completamente il dolore. A volte il risultato più importante è permettere a una persona di tornare a muoversi, dormire, lavorare, vivere le proprie relazioni e recuperare la fiducia nel futuro.

Il Forum chiede alla sanità italiana di passare dalle infrastrutture e dall’innovazione ai risultati, alla fiducia e alla qualità della vita. Qual è, secondo la sua esperienza, il cambiamento più urgente da realizzare perché chi soffre di dolore cronico non debba più sentirsi “invisibile” e possa trovare un percorso di cura più rapido, appropriato e umano?

Dobbiamo passare da una sanità che riconosce il diritto alla cura a una sanità capace di renderlo concretamente accessibile, continuo e misurabile. La Legge 38 del 2010 ha rappresentato una conquista fondamentale, riconoscendo il diritto di accesso alla Terapia del Dolore. Ma il riconoscimento normativo, da solo, non è sufficiente: deve tradursi in percorsi organizzati, responsabilità cliniche definite e possibilità reali di accesso. Il dolore cronico complesso deve essere identificato precocemente, prima che produca disabilità, isolamento e perdita di autonomia. Occorrono reti dedicate, capaci di integrare medicina generale, centri specialistici ospedalieri, riabilitazione e servizi territoriali, garantendo il giusto livello di cura nel momento appropriato. Abbiamo sviluppato questa prospettiva attraverso modelli di continuità assistenziale tra ospedale e territorio, affinché il percorso non si esaurisca nella singola prestazione, ma accompagni il paziente nel tempo. Un elemento decisivo è l’educazione terapeutica, intesa come partecipazione consapevole della persona alla propria cura. Il paziente deve poter comprendere la sua condizione, condividere gli obiettivi e acquisire strumenti per recuperare autonomia. L’empowerment non significa trasferire la responsabilità sul malato, ma dargli un ruolo attivo all’interno di un sistema che continua a prendersene cura. Dobbiamo infine cambiare il modo in cui misuriamo il valore sanitario: non soltanto numero di visite, procedure o prestazioni, ma riduzione della disabilità, miglioramento del sonno, recupero funzionale, autonomia, partecipazione sociale e qualità della vita. Il passaggio decisivo è da una medicina delle prestazioni a una medicina della responsabilità e degli esiti. Perché una sanità davvero evoluta non è soltanto quella che sa offrire cure avanzate, ma quella che riesce a farle arrivare alle persone che ne hanno bisogno, nel momento giusto e senza lasciarle sole.

Il programma del Forum è centrato su temi cogenti per la sanità italiana come tecnologia, innovazione e capacità di trasformare i progressi scientifici in risultati concreti. Nella terapia del dolore dove entra oggi la tecnologia e quanto possono cambiare la vita di un paziente alcune strumentazioni tecnologiche d’avanguardia?

La vera innovazione non è introdurre una tecnologia più sofisticata, ma riuscire a modificare la traiettoria di sofferenza di una persona, restituendole possibilità che sembravano perdute. La Terapia del Dolore è oggi una disciplina di elevata complessità scientifica e tecnologica. La neurostimolazione midollare e periferica, i sistemi impiantabili per la somministrazione controllata di farmaci e le tecniche interventistiche mirate consentono, in pazienti opportunamente selezionati, di intervenire sui meccanismi di trasmissione e modulazione del dolore, con benefici potenzialmente significativi sulla funzione e sulla qualità della vita. La ricerca e le tecnologie sono parte di un percorso specialistico integrato, nel quale diagnosi, selezione del paziente, appropriatezza terapeutica e monitoraggio dei risultati costituiscono elementi inseparabili. La tecnologia, da sola, non rappresenta la cura: diventa valore quando è inserita in un progetto clinico capace di trasformare il beneficio terapeutico in autonomia e vita quotidiana. La frontiera futura è la medicina di precisione del dolore: integrare conoscenze neuroscientifiche, identificazione dei differenti meccanismi del dolore, neuromodulazione, tecnologie digitali e misurazione continua degli esiti per personalizzare sempre più gli interventi. Abbiamo iniziato a studiare circuiti nervosi un tempo inaccessibili. Ora dobbiamo rendere accessibili anche i percorsi di cura alle persone il cui dolore è rimasto troppo a lungo invisibile. Questa evoluzione apre una prospettiva importante anche per l’organizzazione sanitaria: utilizzare l’innovazione non soltanto per trattare meglio, ma per seguire il paziente nel tempo, valutare i risultati e migliorare l’appropriatezza delle risorse. La sfida dei prossimi anni sarà dunque coniugare la massima sofisticazione tecnologica con la massima capacità di comprendere la persona. Perché il progresso più importante non sarà soltanto riuscire a modulare meglio il dolore, ma trasformare quella conquista scientifica in movimento, autonomia, relazioni e vita; la migliore vita possibile a tutte le persone.

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