Smiling man in a navy suit and blue tie on a colorful event banner for La fiaccola al Niguarda.
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In un ospedale dove ogni giorno si intrecciano cura, tecnologia e ricerca, l’innovazione non può più restare confinata nei laboratori. Deve entrare nelle corsie, nei percorsi clinici, nelle decisioni quotidiane dei medici e degli operatori sanitari. È questa la sfida che guida oggi l’attività dell’Ospedale Niguarda, uno dei principali poli sanitari e scientifici italiani. A raccontarla è il prof. Giuseppe Ristagno, direttore della struttura Ricerca, Innovazione e Trasferimento Tecnologico, che spiega come la ricerca stia diventando un motore strategico per migliorare la qualità delle cure e accelerare l’adozione di nuove soluzioni terapeutiche. Dall’intelligenza artificiale alla medicina personalizzata, passando per il trasferimento tecnologico e le collaborazioni con università, startup e aziende, il futuro della sanità si costruisce oggi attraverso reti, dati e competenze multidisciplinari. Un’intervista sulle priorità, le sfide e la visione che guideranno il Niguarda nei prossimi anni, con un obiettivo preciso: trasformare l’innovazione in valore concreto per i pazienti e per il lavoro dei professionisti sanitari.

Quali sono oggi Professore le principali priorità strategiche della struttura Ricerca, Innovazione e Trasferimento Tecnologico da lei diretta e come si inseriscono nella visione futura dell’ospedale?

La priorità principale è rendere la ricerca sempre più parte integrante dell’attività clinica dell’ospedale, non un ambito separato. Questo significa rafforzare la governance dei processi di ricerca, supportare i professionisti nella conduzione degli studi clinici, migliorare la qualità dei dati e valorizzare i risultati prodotti all’interno dell’ospedale. La nostra struttura lavora per creare condizioni organizzative solide: procedure chiare, supporto ai ricercatori, monitoraggio degli indicatori, formazione, capacità di attrarre finanziamenti e collaborazione con partner esterni. In questo modo la ricerca diventa uno strumento concreto per migliorare la qualità delle cure, l’innovazione dei percorsi assistenziali e la competitività scientifica di Niguarda.

In che modo trasformate i risultati della ricerca clinica e scientifica in soluzioni concrete per i pazienti e per il lavoro quotidiano dei professionisti sanitari?

Il primo passaggio è aiutare i clinici a sviluppare studi solidi, sostenibili e realmente collegati ai bisogni dei pazienti. Poi è fondamentale fare in modo che i risultati della ricerca non restino solo pubblicazioni scientifiche, ma diventino conoscenza utile per modificare percorsi, introdurre nuove tecnologie, migliorare l’organizzazione e generare nuove opportunità terapeutiche. Lavoriamo quindi su due livelli: da un lato facilitiamo la partecipazione dei pazienti a studi clinici innovativi, dall’altro accompagniamo i professionisti nella traduzione dei risultati in pratica quotidiana. La ricerca ha valore quando produce un impatto misurabile sulla qualità dell’assistenza, sulla sicurezza, sull’efficacia dei trattamenti e sull’esperienza del paziente.

Quale ruolo hanno le collaborazioni con università, startup, aziende e centri di ricerca nello sviluppo dell’innovazione interna, e quali partnership ritiene più strategiche oggi?

Le collaborazioni sono essenziali, perché oggi l’innovazione sanitaria nasce quasi sempre dall’incontro tra competenze diverse: cliniche, scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche, regolatorie e organizzative. Un grande ospedale come Niguarda ha un patrimonio enorme di competenze cliniche e di casistica, ma per trasformare un’idea in un progetto strutturato servono reti esterne forti. Le partnership più strategiche sono quelle che non si limitano alla singola iniziativa, ma costruiscono piattaforme stabili di collaborazione: con le università per la produzione scientifica e la formazione, con i centri di ricerca per progetti competitivi, con le aziende per lo sviluppo di tecnologie e dispositivi, con le startup per intercettare soluzioni agili e innovative. L’obiettivo è portare valore dentro l’ospedale, mantenendo sempre centrale l’interesse del paziente e del servizio pubblico.

Il trasferimento tecnologico è spesso una sfida nel settore sanitario: quali ostacoli incontrate più frequentemente e come li affrontate per portare rapidamente le innovazioni nella pratica clinica?

Gli ostacoli principali sono spesso di tipo organizzativo, regolatorio e culturale. In sanità non basta che una tecnologia sia promettente: deve essere sicura, sostenibile, compatibile con i processi clinici, valutabile in termini di impatto e integrabile nei percorsi assistenziali. Inoltre, molte idee innovative nascono dai professionisti, ma non sempre trovano subito il supporto necessario per diventare progetti concreti. Per questo stiamo lavorando per rafforzare il ruolo della struttura come punto di raccordo tra clinici, direzione strategica, uffici amministrativi, partner esterni e potenziali sviluppatori. Il nostro compito è aiutare a valutare precocemente le idee, orientarle verso il percorso più adeguato, proteggere quando necessario la proprietà intellettuale e costruire progettualità sostenibili. Il trasferimento tecnologico richiede metodo, ma anche capacità di accompagnare l’innovazione senza appesantirla.

Guardando ai prossimi cinque anni, quali tecnologie o ambiti di ricerca, come l’intelligenza artificiale, la medicina personalizzata o la telemedicina, avranno secondo lei il maggiore impatto sul vostro Ospedale?

Nei prossimi anni l’impatto maggiore arriverà probabilmente dall’integrazione tra dati clinici, intelligenza artificiale e medicina personalizzata. Un ospedale come Niguarda produce ogni giorno una quantità enorme di informazioni cliniche, diagnostiche e organizzative: la sfida sarà trasformare questi dati in strumenti utili per decisioni più rapide, precise e personalizzate. L’intelligenza artificiale potrà supportare la diagnostica, la stratificazione del rischio, la gestione dei percorsi e la ricerca clinica. La medicina personalizzata avrà un ruolo crescente soprattutto nelle aree ad alta complessità, dall’oncologia alle malattie rare, dalle neuroscienze alla medicina cardiovascolare. Anche la telemedicina e il monitoraggio remoto saranno importanti, ma dovranno essere integrati in modelli organizzativi solidi. La tecnologia avrà valore solo se migliorerà concretamente la cura e aiuterà i professionisti nel lavoro quotidiano.

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