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Dire che il Servizio Sanitario Nazionale possa migliorare con risorse limitate sembra una provocazione. In realtà è un problema anche sociologico: quando la crescita della spesa non segue la domanda di cura, la performance del sistema tra esiti, accesso, tempi, appropriatezza e sicurezza dipende da come l’istituzione disegna regole operative, allocazioni e accountability. Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica italiana è stata stimata al 6,3% del PIL, sotto le medie europee e OCSE: il vincolo economico impone quindi un salto di capacità gestionale, non soltanto nuovi stanziamenti.

La prima leva è un “digital first” inteso come riprogettazione dei flussi di lavoro. Significa spostare online la parte amministrativa (prenotazioni, pagamenti, referti, comunicazioni), ridurre lo sportello fisico e creare un punto unico di orientamento – telefonico e online – che accompagni il cittadino tra SPID e Fascicolo Sanitario Elettronico. Il nodo, però, non è la tecnologia: è la cultura. L’ospedale continua a funzionare come luogo-simbolo della cura, quasi un totem laico a cui “si va” anche per bisogni di bassa complessità o per pura burocrazia. Spostare queste interazioni dalla presenza alla distanza implica formazione, nuove metriche di performance e una gestione del cambiamento che coinvolga le professioni: altrimenti il digitale resta un canale aggiuntivo, non sostitutivo.

Ma la transizione, se non è “assistita”, rischia di trasformarsi in nuova disuguaglianza. Tra i 65-74enni, la quota di chi usa Internet è circa il 68%, mentre oltre i 75 anni si scende attorno a un terzo; e solo il 45,8% della popolazione possiede competenze digitali di base. Per questo la riforma deve essere “digital by default, assisted by design”: facilitatori, punti di supporto e alfabetizzazione nei distretti, nelle Case della Comunità e nelle farmacie, con standard di accessibilità e tempi certi di risposta.

La seconda leva è la geografia dei servizi. In molte aree, soprattutto nel Mezzogiorno, reti ambulatoriali frammentate e unità operative con volumi troppo bassi producono sprechi e, paradossalmente, peggiori esiti. Razionalizzare non è “tagliare”: è concentrare casistiche, stabilizzare équipe, costruire reti territoriali. Le Case della Comunità – con gli obiettivi PNRR di oltre mille strutture entro il 2026 – possono diventare il dispositivo organizzativo che ricompone prossimità e appropriatezza, semplifica la mappa degli ambulatori e permette una presa in carico più continua (cronicità, telemonitoraggio, follow-up), a patto che personale, interoperabilità e governo clinico non restino dettagli.

Conclusione scomoda ma necessaria: migliorare i risultati con risorse scarse implica scelte anche dolorose, però misurabili. Se trasparenza su esiti, tempi e percorsi di accesso accompagna innovazione digitale e riordino territoriale, il SSN non si indebolisce: cambia forma e torna credibile.

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