
Metriche, governance e riduzione degli sprechi in tempi di risorse scarse
Definanziamento e sostenibilità non sono due capitoli separati: nel Servizio Sanitario Nazionale stanno diventando la stessa questione di governo. La progressiva erosione delle risorse pubbliche – letta soprattutto in termini relativi (quota di PIL) – moltiplica pressioni già note: inflazione sanitaria, transizione demografica, carenza di personale, frammentazione regionale e crescita delle cronicità.
L’esito, per dinamica strutturale, è un razionamento “per tempi” (liste d’attesa) e, in parallelo, una privatizzazione per sostituzione: la prestazione resta necessaria, ma viene acquistata fuori dal canale pubblico, con crescita delle disuguaglianze territoriali e di reddito.
I dati recenti aiutano a mettere a fuoco l’ordine di grandezza: nel 2024 il finanziamento sanitario pubblico in Italia è stimato al 6,3% del PIL e, per valori pro capite, il Paese risulta in coda al G7. Nelle comparazioni OCSE l’Italia resta sotto la media anche sul totale pro capite, con una quota significativa di pagamenti diretti e integrazioni assicurative.
Tradotto: il risparmio pubblico tende a ricomparire altrove, spesso dove pesa di più, cioè su famiglie fragili e territori con minore capacità di offerta.
In questo quadro, green non è un’etichetta edilizia, ma un paradigma di gestione: ridurre l’impronta ambientale delle strutture e, insieme, aumentare resilienza e continuità gestionale.
La guida OMS 2024 su strutture sanitarie sicure, climate-resilient e sostenibili indica leve operative chiare: energia e climatizzazione, gestione dell’acqua, gestione dei rifiuti, supply chain, mobilità e risk management. Per la direzione sanitaria significa dotarsi di metriche comparabili (carbon footprint per scope, costi di ciclo di vita), integrare criteri ambientali nel procurement e orientare manutenzione e logistica come politiche di prevenzione dei costi futuri.
Le buone pratiche esistono: anche in Italia alcuni presìdi e nuovi edifici ospedalieri hanno ottenuto certificazioni ambientali internazionali (tra cui LEED, con casi già certificati). Tuttavia, la tenuta infrastrutturale non regge senza una corrispondente sostenibilità digitale: processi, informazioni clinico-amministrative e interoperabilità sono la condizione abilitante affinché l’efficienza energetica si traduca in continuità clinica, appropriatezza e governo dei costi.
La digitalizzazione (FSE, interoperabilità, telemedicina) può ridurre duplicazioni, accessi impropri e costi amministrativi. Ma, se non accompagna una riprogettazione di processi e ruoli, rischia di produrre nuova burocrazia digitale e ampliare i divari.
Il PNRR (Missione 6) fornisce risorse e un cronoprogramma per rafforzare l’ecosistema dei dati, il FSE e la telemedicina; il valore, però, nasce solo quando la tecnologia diventa governance clinico-organizzativa: standard e interoperabilità, competenze, incentivi coerenti e valutazione degli esiti.
La sostenibilità, in ultima analisi, va intesa in modo tridimensionale: economica, ambientale e sociale. Solo così il definanziamento smette di apparire destino e diventa leva per ridisegnare filiere, responsabilità e risultati del sistema.















